Il gusto dell’amore

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(E’ il gusto sublime dell’amore… la lente d’ingrandimento dei piccoli miracoli quotidiani…)

… perché il remo che disegna cerchi d’acqua nella notte,
simili a poesie di mare scritte dai pescatori del sud,
era solo legno marcio sbattuto sulla superficie del mare,
quando non lo vedevo nel controcanto dei tuoi occhi…

… perché il balcone del castello,
illuminato dall’abile barbaglio della luna,
dove tu con ansia attendi i miei ritorni,
nel fervido ritaglio di un’immaginazione condivisa,
non sarebbe che un esempio d’ architettura aragonese,
se tu non avessi aperto le tue labbra al perdono…

… perché quel taglio di luce che tace sul tuo viso,
amplificando il senso di una bellezza antica e rara,
sarebbe solo una crepa sulla persiana rotta,
se a guardarti non ci fossero i miei occhi clandestini,
mentre tu rubi l’ultimo sonno all’avido mattino…

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… quasi impossibile dire in versi tali meraviglie:
quando la Natura parla, l’uomo… deve tacere.
Davanti a me un cammino di duecento passi
costeggiato da fraterni arbusti…
mi protegge dal mondo.
Io… sola… in quest’ora del tramonto,
non stacco gli occhi dall’arancio del cielo
che si staglia dietro quel triangolo verde…
e mi vince l’incanto…

Aimée e Jaguar

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Sete
di quegli amori epici
che soli sanno dare vita alla vita,
forma alla speranza,
tempo al tempo, e un nome al cuore.
Ora!
Dolce ubriacatura di questo eterno “qui ed ora”.
Ora!
Perché solo ora val la pena vivere!
Domani ci attende beffarda… la senti?… la Nera Signora!
E non aver paura del vento, mia passione….
se tremi ancora…. aspetterò!
 
Mulinellano nella nera città le ronde verdi… oh, terrore…
ombre scure e lunghe s’affollano alla mente,
invadono le strade, lo stomaco, i piedi…
la Luna…. nemmeno la Luna è più al sicuro.
Senza più luci possibili paghiamo lo scotto della nostra passione
che ancora brucia,
e brucia ancora… nonostante la neve!
 
E non aver paura del vento, mia passione…
se tremi ancora… aspetterò!

Questa poesia l’ho scritta sull’onda delle emozioni “divergenti” provocatemi dall’omonimo film tedesco del regista Max Farberbock (di cui consiglio la visione). Ho pensato, poi, che dato il suo “colore” teatrale, avrei potuto provare a tradurla in un piccolo monologo… e così ho fatto!

Il meraviglioso brano musicale che accompagna il tutto è “Lago Rosso”, composto da Letizia Lamartire, che ringrazio!

…una dolcissima dedica…

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La leggerezza di un pennino intinto nella pioggia
sfiora le mie labbra e i sensi fremono come foglie trillate dal vento…
L’ estate smette di essere femmina scaltra e si veste con i rami del leggiadro autunno…
La mano disegna il tuo viso con le dita
nel cerchio pieno della luna…
Ami la luna quanto un’attrice ama sporcarsi il volto con il carbone
per vendere allo spettatore sognante una maschera nuova…
Le piume degli aironi sono scialbi ricordi in un cassetto
se paragonate alle mie ali
e il volo dell’aquila è la brutta copia dei miei voli…

Quando l’idea di te mi accarezza e sfiora le mie tempie
nel buio di una stanza o nel sordo camerino…
il sipario si apre e mi lascia sciocco e nudo
come un clown triste nell’attesa di incrociare i tuoi occhi persi…

(Per una SognAttrice…da A. F.)

La pubblico con immensa gratitudine per chi ha saputo … E QUESTA È UNA POESIA CHE MI HA DEDICATO UNA PERSONA A ME MOLTO CARA….
LA PUBBLICO CON IMMENSA GRATITUDINE PER CHI HA SAPUTO GUARDARMI “OLTRE LA SUPERFICIE DEGLI EVENTI”…

Una mattina di luglio

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Il bianco s’asciuga
ma lascia graffi di ghiaccio,
incontenibili e violenti,
e questo vento d’Oriente
che dovrebbe placare i deliri di chi non ha più occhi…
scuote le voci inquiete degli spettri mai sazi.
Chi un tempo ti lodava con canti
oggi t’ignora con sdegno!
Cosa sarà cambiato, il cielo?
La percezione?
L’aria che si respira?
I buchi neri?…
O semplicemente… nulla?…

E la luna
dietro l’oblò
sbatte le ciglia
e ritrova la sua terra…

La piuma viola

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… scriverà versi controvento
gridando muta la nostalgia vibrante
della sua doppia che s’imprime a tratti.

Era arrivato l’inverno,
gelava brividi alle vene
e generava furti nella carne,
ma la piuma voleva volare
e imprimersi
e sfidare anche gli dèi,
sentenziatori della fine sua,
impregnati di malinconia e saggezza.
Aveva smesso di desiderare.
Voleva!
Voleva volare…
sola…
e ruminare il vento
e fare strade storte
e urtare conto i monti
ogni centimetro della sua pesante leggerezza.

Aspettare.
Cercare.
E guardare anche il vento negli occhi
perché quel fetido tremore
smettesse di bussare…

La donna della mia vita (… a mia nipote Ingrid, con infinito Amore…)

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Ogni giorno mi preparo
come ci si prepara per un grande appuntamento:
acqua di muschio bianco,
miele tra i capelli,
ben truccata, e nessun gioiello
per la sua pelle nuova e delicata.
Mi preparo con cura, sì!
Prima o poi scenderà!
Scenderà in un Olimpo rovesciato
dove si scende, e non si sale:
l’Olimpo di quella riserva d’amore
che ancora non ho dato.
 
E’ all’improvviso  che la vedo:
piccola come la regina dei fiori,
scheggia di dolcezza senza strategia,
ammaliatrice inconsapevole,
perla di mare tra lenzuola rosa.
Le braccia grandi di sua madre
– ignoranti d’esperienza e non d’amore –
mi regalano il cielo dei suoi occhi neri
dove l’azzurro risplende comunque,
noncurante delle macerie.
Nel suo sorriso il sole,
sulle sue labbra un petalo di cuore disegnato dai poeti.
E’ lei… la donna della mia vita!

La maga del circo

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“No!” – fu la sua risposta arcana e sentenziante,
quando le chiesi di correggermi il futuro.
Poi restò immobile e silente un infinito tempo,
gli occhi sbarrati e ciechi aperti sopra i miei, dolenti.
L’odore acre del circense suolo
sembrò svanire al suono del suo sguardo
e dentro quelle biglie di carbone e prugna
si aprì un cammino che dovetti fare, stanca.
Mi si pararono davanti cuori dèmoni,
sorrisi spalancati di pagliacci ipocriti,
ardimentose vie bagnate di futuri incerti,
domande su domande da placare a morsi.
E ancora, forte, mi si presentò la morte,
ed io le dissi che la conoscevo bene,
ma non credette ad una sola sillaba,
e prese a schiaffi tutto il mio dolore, inerme.
La dignità la vidi calpestata,
e mi derisero persino i delinquenti,
in quel cammino andavo veramente sola
e forse quella maga era soltanto il mio destino, breve.
Si alzò di colpo come a maledirmi,
gridò talmente forte da spezzarmi gli occhi,
ma la sua sfera di cristallo si disciolse in sangue,
ed io ne bevvi germogliando nuova vita, intera.

La prima volta e l’ultima

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Intinsi la piuma nel calamaio della neve
e la poesia si sciolse in rivoli di luce
scrivendo versi bianchi su lenzuola nere.
Quel gelo innaturale non poteva nulla
su volti dipinti dai tocchi di Zeus,
su artigli curati ad arte per non fare male,
su cuori pulsanti di felicità danzante
e neppure sulla morte, se la morte esiste.
Non una stonatura
nell’eco dei canti antichi
impregnati di sangue e di miele
al rintocco dei tramonti.
Sotto le dita bianche la purezza del sogno
ridusse la sabbia alla clessidra stanca
e sempre le mancò quel tempo benedetto e raro.
Amore? No. Le vette non hanno nome.
Ci si disseta alla fonte e poi si muore…
la prima volta.
La prima volta e l’ultima.